
Comunicare è già progetto? Breve storia di un ingaggio sfumato
Il rapporto con i committenti è come l’amore a prima vista, ma in realtà è un processo fatto di dialogo, confronto e fiducia. Comunicare è già progetto: capire le esigenze, spiegare le soluzioni, accogliere dubbi è il primo passo per un buon risultato.
Capita, nella vita di uno studio di architettura, che si venga contattati per una consulenza da qualcuno che sembra voler valutare il tuo punto di vista, il tuo approccio, forse anche la tua sensibilità progettuale. Ma non sempre l’incontro tra cliente e professionista genera una scintilla, anche quando tutto è stato affrontato con serietà e disponibilità.

Quella che segue è una riflessione, a metà tra diario di bordo e autocritica costruttiva, su un’esperienza recente che ci ha lasciato addosso una sensazione mista di frustrazione e consapevolezza. Perché quando si perde un’occasione, la domanda giusta non è solo “dove abbiamo sbagliato?”, ma anche “cosa ci dice questa perdita su come comunichiamo il nostro lavoro?”.
Il contatto
Un conoscente ci mette in contatto con una coppia che sta valutando l’acquisto di una villa in una zona collinare non lontana dal nostro studio. Prima di procedere con l’acquisto, vogliono un parere tecnico: lo stato dell’immobile, la presenza di eventuali problemi strutturali, la qualità dell’investimento. Ci rendiamo disponibili. La futura acquirente ci contatta, ci fornisce i primi dati, qualche documento della proprietà.

Studiamo la documentazione, facciamo un controllo catastale per ricostruire l’epoca e le trasformazioni dell’edificio, ci organizziamo per essere entrambi presenti al sopralluogo. Insomma, ci prepariamo con cura.
Il primo colpo
La sera prima, tardi, la cliente invia un messaggio WhatsApp per confermare l’appuntamento – cosa che noi diamo per scontata. Ma nel messaggio, quasi incidentalmente, compare una frase: “Abbiamo contattato anche un altro tecnico. È un investimento importante, meglio sentire più voci!”.
Capito. Non è più una richiesta di parere tecnico, è un confronto. Un casting. E noi, a nostra insaputa, ci ritroviamo in competizione. Nessun problema, non è la prima volta. Ma il tono cambia. La sensazione è che si sia ribaltato l’asse: da consulenti chiamati a dare supporto diventiamo dei candidati in gara. Il rischio del confronto ci preoccupa poco in sé — abbiamo anni di esperienza — ma il contesto un po’ ci infastidisce. Siamo lì per aiutare, non per una competizione.
Il sopralluogo
Arriviamo puntuali. C’è solo l’agente immobiliare. Facciamo un primo giro per familiarizzare con l’edificio. Poi arriva la coppia, con un po’ di ritardo. Cominciamo: la cliente ci espone i suoi dubbi, il mio socio risponde con calma e precisione, io lo affianco, mantenendo un profilo basso: lei ha parlato solo con lui fino ad allora, lascio che sia lui il riferimento.

Parliamo del contesto, della tipologia strutturale, rispondiamo senza vendere illusioni. Non ingigantiamo i problemi, non li nascondiamo. L’obiettivo è chiarezza, trasparenza, equilibrio.
Il terzo incomodo
Arriva il secondo tecnico, con notevole ritardo. Si scusa, si presenta: ingegnere. Osservo la scena con attenzione. La cliente si fa più espansiva, più aperta. Il compagno sembra a disagio. L’ingegnere rifà il giro, rileva le stesse cose che abbiamo detto noi. Aggiunge una notazione su di un minimo cedimento in una parte dello scheletro strutturale che noi non avevamo notato. Lo definisce trascurabile. Il verdetto è analogo: l’immobile ha criticità gestibili, niente che lo renda un cattivo investimento.
Al termine, la cliente saluta cordialmente il secondo tecnico, gli propone di risentirsi. A noi, saluti più rapidi e un filo d’imbarazzo. È evidente che l’incarico non sarà nostro.
Ma dov’è che abbiamo sbagliato?

Forse da nessuna parte. Penso che semplicemente non eravamo le persone giuste per loro.
E questa constatazione, per quanto razionale, porta con sé una serie di riflessioni amare.
Entrambi i potenziali clienti sono ingegneri – non del settore edilizio, ma con una formazione affine. È naturale che si fidino di più di un altro ingegnere. L’ingegnere è di città, come noi del resto: abbiamo studiato e lavorato a lungo in città, prima di trasferirci. Ma oggi, a quanto pare, portiamo addosso lo stigma della provincia. E poi, diciamolo, è anche più figo: giovane, cool, disinvolto. Noi, meno. Siamo stati precisi, puntuali, disponibili. Ma forse ci è mancato quel qualcosa che attira a pelle.
Più che una questione di competenze, è stata questione di affinità. Di percezione.
Forse il vero nodo della questione è proprio questo: comunicare è già progetto. Quando manca una chiara comprensione reciproca, anche la migliore competenza tecnica rischia di non essere riconosciuta.
Il vero rammarico
Certo, ci dispiace. Non tanto per l’incarico in sé, ma per il tipo di progetto che si prospettava: un progetto interessante, con risvolti paesaggistici stimolanti, che ora finirà probabilmente nelle mani di un professionista esperto in strutture ma senza un vero background su architettura e paesaggio.

Questo ci lascia un po’ l’amaro in bocca. Non abbiamo parlato abbastanza del nostro approccio progettuale? Non abbiamo saputo valorizzare la nostra competenza progettuale relativa alla luce, al dialogo con il paesaggioin e alla trasformazione dell’esistente? Forse. Ma c’è anche altro.
Ci ha penalizzato un certo pregiudizio verso chi lavora in provincia. Anche se abbiamo studiato e lavorato a lungo in città, il fatto di aver scelto una sede decentrata sembra ridurci, nell’immaginario, a figure “locali”, meno aggiornate o meno sofisticate. È un retropensiero che ogni tanto riaffiora, e fa male.
Comunicare è già progetto
Vogliamo chiudere con una nota costruttiva. Perché in realtà non c’è nessuna ragione per mettere in opposizione architetto e ingegnere. Sono figure che si completano a vicenda, e che dovrebbero lavorare in sinergia. Noi lo facciamo sempre: ci confrontiamo con ingegneri strutturisti, impiantisti, con geologi — perché sappiamo che un buon progetto è sempre il frutto di un equilibrio tra visione, tecnica, bellezza e fattibilità.

Ma il problema è che questo equilibrio deve essere percepito, raccontato, comunicato. E qui sta la nostra responsabilità: far emergere ciò che un architetto può portare in più. Un modo di leggere lo spazio, una cura per le relazioni tra interno ed esterno, una sensibilità progettuale che va oltre la diagnosi strutturale.
Forse avremmo dovuto portare la discussione lì, su quel terreno. Non lo abbiamo fatto abbastanza. E questa esperienza ci ricorda quanto la comunicazione, anche nei sopralluoghi tecnici, non sia mai neutra. Per noi, comunicare è già progetto, si tratta di un tema che ci appassiona e siamo consapevoli che contribuisce a costruire la nostra reputazione.
Ti va di raccontarci il tuo progetto, o anche solo un’idea che ti gira in testa?
Crediamo che ogni buona architettura nasca da un ascolto sincero. Se ti va di condividere un pensiero, un dubbio o un desiderio legato allo spazio che abiti o vorresti abitare, scrivici: siamo qui per parlarne insieme.
Dietro Riusourbano
Ogni articolo che leggi qui nasce da esperienze concrete di progetto. Siamo architetti, il nostro studio è Architetti Gianuario Ustica, e con Riusourbano raccontiamo il nostro modo di abitare, pensare e trasformare gli spazi. Se hai un’idea in mente, o un luogo che vorresti cambiare, siamo pronti ad ascoltarla.
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