La domanda (non così banale) sulla specializzazione
Ci capita spesso che amici o conoscenti ci chiedano in quale ambito dell’architettura siamo specializzati. A prima vista sembra una domanda semplice. In fondo, la nostra è una Laurea Specialistica in Architettura. Ma la verità è che non ci siamo mai sentiti davvero “specializzati”.
Abbiamo seguito corsi, acquisito titoli, fatto esperienze: tutto ciò ci è servito per lavorare meglio, per imparare. Ma ci definisce come specialisti?
Il nostro curriculum racconta una pratica ampia: abbiamo lavorato su molti edifici storici, ci siamo occupati di interni, di spazi collettivi, di consulenze tecniche. Questo ci rende specialisti in qualcosa? O piuttosto ci restituisce una competenza trasversale, una forma di attenzione ampia al contesto e alle persone?
L’illusione rassicurante dell’etichetta
Spesso percepiamo la specializzazione come un’etichetta: rassicurante, ma limitante. Una qualifica “esclusiva” che, nel definire un campo, finisce per escluderne altri. E questa esclusione non ci è mai piaciuta.
È una posizione che va in contrasto con ciò che ci è stato insegnato, all’università e dai libri. In uno dei manuali di estimo più autorevoli (disciplina notoriamente “tecnica”), si legge che “il tecnico che si accosta all’estimo non deve e non può considerarsi uno specialista”, perché è solo la pratica, nel senso più ampio del termine, a offrire l’esperienza necessaria.
Non contestiamo il lavoro degli specialisti, anzi: spesso ci siamo rivolti a loro per approfondire temi complessi. Ma la nostra visione resta diversa.
I Barbari e il rifiuto della profondità unica
Qualche anno fa ci siamo imbattuti in I barbari, il saggio di Alessandro Baricco. Alcuni passaggi ci hanno colpito profondamente:
«Il cuore della faccenda è lì: la superficie al posto della profondità, il multitasking al posto della specializzazione… Uno smantellamento sistematico dell’armamentario mentale ereditato dalla cultura ottocentesca.»
Baricco parla della crisi della profondità monodirezionale: quella che scava in un solo ambito e ignora tutto il resto. Una cultura inadatta al mondo contemporaneo, fatto di connessioni, contaminazioni, traiettorie multiple.
In questa chiave, la specializzazione non è solo un limite operativo, ma anche culturale. È un modo di guardare il mondo che rischia di diventare obsoleto.
«il cuore della faccenda è lì: il resto è solo una collezione di conseguenze: la superficie al posto della profondità, la velocità al posto della riflessione, le sequenze al posto dell’analisi, il surf al posto dell’approfondimento, la comunicazione al posto dell’espressione, il multitasking al posto della specializzazione, il piacere al posto della fatica. Uno smantellamento sistematico di tutto l’armamentario mentale ereditato dalla cultura ottocentesca, romantica e borghese.»
Abitare contemporaneo: spazi ibridi per vite ibride
Basta osservare le nostre case. Un tempo erano suddivise rigidamente: il salotto buono, la stanza da pranzo con buffet e vetrine, la camera da letto padronale con toletta e comò.
Oggi, quei confini sono sfumati. Spazi fluidi rispondono a bisogni complessi. Dalla pandemia in poi, ogni ambiente è diventato multifunzione: cucine open space, angoli studio, soggiorni con tapis roulant, bagni attrezzati come mini spa. Nessuno spazio ha più una sola identità.
La casa è diventata un piccolo ecosistema ibrido, dove le funzioni si sovrappongono e si trasformano.

Spazi pubblici: oltre la logica delle “scatole”
Una riflessione simile riguarda anche gli spazi collettivi. Elena Granata, in Il senso delle donne per la città, scrive:
“Abbiamo ereditato un assetto urbano fatto di scatole… l’apprendimento è stato affidato alle scuole, la salute agli ospedali, la natura ai parchi…”
È una città figlia dell’Ottocento, costruita per compartimenti stagni. Ma oggi la realtà è più fluida, sistemica, e quel modello mostra tutti i suoi limiti.
Granata parla di ospedali come “macchine per curare”, efficienti ma disumani, dove l’organizzazione per padiglioni riflette una logica iper-specializzata che ignora la complessità della persona.
«abbiamo ereditato dal nostro passato un assetto urbano fatto di scatole. La nostra vita collettiva è da molto tempo ordinata per comparti che oggi ci stanno sempre più stretti. L’apprendimento è stato affidato alle scuole, l’arte ai musei, la natura ai parchi , la salute agli ospedali, lo sport alle palestre, il sacro alle chiese. Questo modello di organizzazione per luoghi e funzioni dedicate – nato intorno alla fine dell’Ottocento – ha definito la forma delle nostre città intorno a funzioni che oggi sono in parte mutate o appaiono molto distanti dalla realtà delle cose.»
Specializzazione e crisi di sistema
Anche nel nostro campo, gli effetti della specializzazione estrema si fanno sentire. Un esempio drammatico? Il crollo del Ponte Morandi.
Non entriamo nel merito tecnico, ma è emblematica la frammentazione delle responsabilità: ognuno ha fatto il proprio lavoro, in modo specialistico, ma si è perso lo sguardo d’insieme. E così è venuto meno il controllo del sistema nel suo complesso.
Un organismo – come un’infrastruttura, come una città, come una casa – ha bisogno di una visione unitaria per restare in equilibrio.
Crediamo che la mancanza di una visione d’insieme – come abbiamo evidenziato anche parlando del progetto urbano di Termini Imerese – possa compromettere e deteriorare strutture complesse come la città.
Qual è, allora, la nostra specializzazione?

Se ci ponessero di nuovo quella domanda, potremmo dire questo:
Siamo specializzati nell’ascolto, nella lettura dei luoghi e delle persone.
Siamo alla ricerca di ciò che rende un luogo speciale, nel senso più autentico della parola. Questo tipo di competenza non si acquisisce con un master o con un titolo, ma si coltiva con la curiosità, con l’apertura mentale, con la capacità di dialogo.
Un nostro maestro diceva:
“Un architetto deve essere colto, nel senso che deve poter parlare con tutti.”
E aveva ragione.
Progettare un asilo nido significa comprendere i processi educativi. Un giardino richiede di conoscere le essenze. Un ospedale i protocolli sanitari. Uno spazio sportivo gli allenamenti.
Non si tratta di essere specialisti di tutto, ma di saper entrare in dialogo con mondi diversi, con intelligenza e rispetto.
Conclusione: oltre la specializzazione, verso la complessità
L’architetto non è uno specialista nel senso tradizionale. È un interprete della complessità.
Lavora con le persone, ascolta i luoghi, costruisce connessioni. E cerca ogni giorno di dare forma a spazi che non siano solo funzionali, ma anche vivi, adattabili, e capaci di farci sentire bene.

Dietro Riusourbano
Ogni articolo che leggi qui nasce da esperienze concrete di progetto. Siamo architetti, il nostro studio è Architetti Gianuario Ustica, e con Riusourbano raccontiamo il nostro modo di abitare, pensare e trasformare gli spazi. Se hai un’idea in mente, o un luogo che vorresti cambiare, siamo pronti ad ascoltarla.
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