Che differenza c’è fra architettura di interni e arredamento?
Il confine tra il compito dell’architetto e la personalizzazione del committente rappresenta un territorio ricco di sfumature e dialoghi. Vorremmo provare a raccontare il nostro punto di vista anche attraverso il lavoro di alcuni architetti che ammiriamo, esplorando il tema del rapporto tra committente e progettista, toccando i temi della flessibilità dell’interior design e della “funzione supplementare” dell’architettura.
Qual è il compito dell’Architetto? Equivoci e luoghi comuni
Spesso nell’immaginario collettivo, la figura dell’architetto viene associata a quella del “decoratore” come se data una base di partenza, struttura, stanza vuota, ambiente indistinto, il compito dell’architetto fosse quello di aggiungere elementi che “abbelliscono” uno spazio altrimenti anonimo. E’ probabile che questo equivoco derivi dalla parte visibile del processo di costruzione / ristrutturazione con cui ciascuno è venuto in contatto direttamente o indirettamente, almeno di quello che si può osservare superficialmente: prima viene costruita la struttura, i muri esterni, gli impianti, quindi la casa al grezzo viene “vestita”, rivestita e in qualche modo prende forma, si definisce, divengono visibili e riconoscibili a tutti le parti che la compongono, le destinazioni funzionali.

“Saper vedere”
Tuttavia noi pensiamo che la parte più importante del nostro lavoro, quella più stimolante e creativa, consista nel saper vedere delle relazioni che in qualche modo esistono già in quel luogo, prima ancora del nostro intervento. Queste relazioni possono essere casuali, oppure pensate da qualcuno che è venuto prima di noi, possono essere relazioni visibili o invisibili, a volte queste relazioni esistono solo nella mente o nell’inconscio di chi ha scelto quel luogo per farne qualcosa di suo, del committente che ci chiama ad intervenire.
Se intervenissimo solo nella fase finale, nella “vestizione”, non potremmo tener conto di tantissimi aspetti fondamentali nello sviluppo di un progetto che hanno a che fare sia con questioni tecniche – la migliore esposizione, lo sviluppo dei percorsi più comodo, ecc… – ma anche con questioni più sottili, più difficili da esplicitare all’inizio di un progetto, ma che poi si condensano e si esplicitano nella realizzazione ed è proprio la possibilità di saper cogliere relazioni fra cose apparentemente lontane una delle caratteristiche precipue del fare architettura.
Strutturare relazioni nello spazio
Il nostro compito è quello di mettere in luce tutte queste relazione, valorizzarle e strutturarle nello spazio. Gli strumenti che utilizziamo sono tutti quelli che abbiamo imparato con lo studio e con la pratica: i rapporti dimensionali, il colore, i materiali, i rivestimenti, la luce, ecc…
Se ci limitassimo ad aggiungere elementi, a “decorare”, non avremmo fatto il nostro lavoro, non saremmo architetti e non faremmo un progetto di architettura, ma avremmo fatto qualcosa che qualunque “arredatore” dotato di un po’ di gusto e senso pratico può fare. Spesso la cosa più difficile non è capire cosa aggiungere, ma cosa togliere per mettere in luce la sostanza, l’essenza.
Un parallelismo col mondo della moda
E’ un po’ la stessa questione che passa dal vestirsi tutti i giorni con ciò che si ha nell’armadio e rivolgersi ad uno stilista, un fashion design. Si può chiedere consiglio a un negozio di moda, o un fashion stylist, se hanno gusto e occhio sanno abbinare forme stili e colori alla persona. Ma un atelier di moda è un’altra cosa, lì nascono le idee che esprimono e condensano una ricerca (su un tipo specifico di donna/uomo, su un ideale estetico, ecc…), che poi vengono declinate e “arrivano a poco a poco nei grandi magazzini, (…) fino al cesto delle occasioni” (cit. “il diavolo veste prada”).
Il rapporto fra architetto e committente: dove finisce il compito dell’architetto e comincia la libertà del committente?
In questo rapporto fra committente e architetto è lecito chiedersi: dove finisce il compito dell’architetto e dove comincia la libertà del committente di esprimere il proprio gusto e le proprie preferenze? E’ chiaro che molto dipende dal rapporto tra architetto e cliente ma non solo. In passato alcuni movimenti artistici hanno pervaso anche il più piccolo ambito dell’abitare dalla tappezzeria agli arredi fino al più piccolo suppellettile (ad es. l’Art Nouveau). Noi pensiamo che l’eccesso di progetto vada a danno della personalità del cliente, la mortifichi.
L’architetto definisce il contenitore e il committente lo anima
Adolf Loos, uno dei maestri dell’architettura protorazionalista, in uno dei suoi testi critica l’ornamento e la distinzione tra architettura e decorazione. Loos era convinto che l’architetto dovesse progettare lo spazio abitativo come un involucro funzionale, mentre l’arredamento — gli oggetti mobili, personali e quotidiani — dovesse essere scelto dal committente per riflettere la sua individualità.

Nel saggio “Das Prinzip der Bekleidung” (Il principio del rivestimento), del 1898, Loos afferma:
“L’architetto deve costruire spazi funzionali, ma non imporre la vita del committente: l’interno si forma nel tempo, attraverso l’abitare.”
Nel celebre saggio “Ornamento e delitto” (1908), critica l’eccesso decorativo e difende l’idea che la bellezza dell’architettura risieda nella purezza delle forme, lasciando che gli oggetti personali diano carattere allo spazio. Per Loos, l’arredamento non è parte dell’architettura, ma espressione della vita privata: l’architetto definisce il contenitore, il committente lo anima.

L’umanizzazione degli spazi: lo spazio abitativo determina il benessere psicofisico
Aino e Alvar Aalto (architetti marito e moglie, lavorarono insieme fra il 1924 e il 1949) furono fra i primi architetti razionalisti che unirono il funzionalismo ad un approccio fortemente umanistico che poneva attenzione ai bisogni psicofisiologici delle persone. L’attenzione alla luce naturale, ai materiali e alle forme organiche ha trasformato l’architettura e in particolare l’architettura degli interni in un’esperienza sensoriale e confortevole. La funzionalità si coniuga con il benessere emotivo, creando ambienti che non sono soltanto frutto di un’idea progettuale, ma che si adattano al ritmo e alle esigenze degli abitanti.

Gli interni progettati da loro comunicano questa attenzione a tutti i livelli e uno dei capolavori della loro opera, Villa Mairea, è il frutto del dialogo e a volte dello scontro fra i progettisti e i committenti. Nel corso del processo di progettazione e costruzione la proprietaria decide di affidarsi al gusto e alla sensibilità di Aino Aalto anche per l’ arredamento della residenza, pur mantenendo un dialogo intenso con la progettista. Molti elementi di arredo vengono progettati e realizzati appositamente per questa casa e poi divengono oggetto di produzione industriale ancora presenti sul mercato.

Gli interni comunicano chi li abita
Gio Ponti, fondatore della rivista Domus (1928), ha operato fino agli anni ‘70 ed è considerato l’inventore del made in Italy, il progettista che ha definito l’identità del design italiano. I suoi rapporti con la committenza sono stati caratterizzati dalla mediazione: fra il radicalismo dell’avanguardia a lui contemporanea e un approccio tradizionalista con una forte ruolo dell’artigianato. I suoi progetti coniugano ogni innovazione con un forte legame con la tradizione.

Alcuni critici sostengono che i progetti di Gio Ponti non hanno l’obiettivo primario di risolvere funzioni ma quello di comunicare messaggi. Coerentemente uno degli strumenti che utilizza con riferimenti chiari al mondo della grafica è il colore. Gli interni e le architetture sono soprattutto rappresentazioni, luoghi manifesto: comunicano chi li abita. Spesso gli arredi che usa nei suoi interventi hanno forme classiche, facilmente riconoscibili nelle abitazioni di tante famiglie, ma colori, grafiche e tappezzerie sono sorprendenti e coordinati con arredi progettati su misura per quell’ambiente.

Lavorare con il materiale disponibile: un collage capace di unire l’impensabile
Lina Bo Bardi che ai suoi esordi ha lavorato alla rivista Domus, attraverso il suo lavoro (1950-1991) propone alternative al pensiero razionale attingendo al surrealismo nel confronto con la storia, la tradizione, la modernità il contesto. Le sue opere sono una sorta di collage che avvicina e mette in contatto parti eterogenee. Un mosaico capace di unire l’impensabile non come punto di partenza di un progetto, neanche perché dimostra fantasia, ma al contrario perchè lavora con il materiale disponibile. Il suo lavoro è sempre vincolato alle cose concrete, ma attinge ad altre discipline come le arti, la filosofia, l’antropologia, la letteratura e la psicoanalisi.

Gli interni delle sue residenze accostano mobili etnici, tappeti persiani, con elementi di design e opere d’arte in dialogo diretto con il contesto: la giungla di un giardino tropicale o il rivestimento di pietre e fango tipico del luogo.

Il progetto come racconto dell’abitare
Umberto Riva (le sue opere si attestano fra 1962 al 2011) sovverte gli stereotipi abitativi, alterando, attraverso il progetto, lo spazio interno, per introdurre modi di percorrerlo alternativi, possibilità d’uso mutevoli. Il progetto diventa una narrazione stratificata e organizzata figurativamente con elementi, materie, dettagli che si richiamano in parti differenti della casa. Non esistono spazi residui o inutili ingombri, sono proprio questi ambiti che divengono uno spunto per la messa in scena del racconto dell’abitare.

I suoi interni vanno alla ricerca di un elemento sorpresa in cui si rivela la bellezza di quello spazio. Un altro tratto distintivo è la ricerca dell’elemento sorpresa che non ha mai a che fare con la grandiosità autocelebrativa, ma invece con la curiosità, con la decontestualizzazione: la doppia funzione di una parete che non ha il solo compito di dividere due spazi; l’uso di lamiere e pavimenti industriali in un contesto domestico, ecc…

Design di interni: tecnico o artista?
Nell’opinione comune l’architettura degli interni sembra spesso polarizzata in due distinte posizioni: una sorta di lavoro di servizio che necessita quindi di una figura tecnica che esegue un incarico secondo una procedura principalmente additiva; sul fronte opposto un intervento totalizzate, una sorta di “total look” applicato all’abitare che delinea una figura artistica. Queste due posizioni sembrano essere antitetiche, alternative ma in realtà sono complementari e necessarie dal nostro punto di vista.
Inoltre crediamo che l’architettura degli interni sia una sorta di ponte fra le discipline di progetto e le discipline artistiche, entrambe hanno un rapporto di vicinanza con la materia, nel senso di materiale costruttivo, di dettaglio, ma anche materia come strumento di astrazione. In questo senso l’architettura di interni assume una “funzione supplementare” che richiama il concetto di espressione che supera i bisogni abitativi e rappresenta la qualità del progetto costruendone l’identità e caricando di significato il luogo. L’architettura d’interni non è solo questione di funzionalità, ma anche di narrazione estetica, capace di evocare emozioni e di elevare l’esperienza abitativa a un livello quasi poetico.
Ascoltare per Progettare
Il rapporto tra committente e progettista gioca un ruolo centrale nel plasmare l’identità di uno spazio. Il dialogo diretto con il cliente e le indicazioni che emergono sulle sue abitudini quotidiane e dai suoi bisogni specifici sono una traccia importante su cui delineare il progetto
Nel nostro lavoro ogni progetto nasce da un processo di ascolto e confronto. Il cliente non è visto come un semplice destinatario finale del progetto, ma come un collaboratore attivo che porta con sé esperienze, problemi quotidiani e desideri unici. È proprio da questo dialogo che emergono le indicazioni per un disegno su misura: soluzioni che tengono conto delle abitudini, delle esigenze funzionali e persino delle criticità che si manifestano nel vivere lo spazio.
Il compito del progettista non è quello di imporre una soluzione definitiva, ma di delineare una base strutturale – un “taglio” – che il cliente possa poi personalizzare in base alla propria identità e alle proprie esigenze. La progettazione diventa così un processo collaborativo, in cui l’architetto stabilisce il quadro e il committente ne infonde vita e significato.
L’evoluzione dello spazio
Un aspetto fondamentale del rapporto committente-progettista consiste nel riconoscere che le esigenze abitative sono in continua evoluzione. Le problematiche riscontrate nella quotidianità diventano stimoli per innovare e adattare il progetto, rendendo l’ambiente vivo e dinamico. La progettazione su misura, quindi, non si ferma a una soluzione preconfezionata, può incorporare delle variazioni nel tempo, integrando cambiamenti e trasformazioni che rispecchiano la crescita e il mutare delle abitudini.
Verso un’armonia dinamica tra ruolo dell’architetto e personalizzazione del committente
Il percorso che va dall’idea progettuale all’esperienza quotidiana di vivere uno spazio dimostra come il confine tra il compito dell’architetto e la personalizzazione del cliente sia in realtà un continuum di dialogo e co-creazione. lasciando spazio alla creatività e all’identità personale. Il rapporto diretto con il committente costituisce il motore che trasforma ogni progetto in una soluzione unica e in continua evoluzione.
In sintesi, il successo di un ambiente ben progettato risiede nella capacità di integrare rigore tecnico e sensibilità umana, creando un dialogo continuo tra la struttura proposta dall’architetto e la personalizzazione derivante dalle esperienze e dalle abitudini del committente. Che si tratti di una casa che evolve insieme ai suoi abitanti o di un ambiente che diventa un palcoscenico per l’arte e il design, il percorso progettuale si arricchisce quando ogni elemento – dalla più essenziale funzione alla più sofisticata forma artistica – contribuisce a raccontare una storia unica.
Questo approccio, che coniuga la ricerca d’architettura con l’immediatezza del rapporto umano, rappresenta il nostro design d’interni: uno spazio dove il progetto e la personalizzazione non sono in opposizione, ma si completano reciprocamente per creare ambienti vivi, dinamici e profondamente personali.
Bibliografia:
AA.VV., “dichiarazione di interni: appartamenti italiani 1947-1993”, Compositori, Collana: Rassegna , Nr. 58, 1994;
Heikki Aalto-Alanen, “Aino e Alvar Aalto. Una storia di amore e di architettura”, Salani Editore, 2021;
Adolf Loos, “Parole nel vuoto”, Adelphi 1972;
Tommaso Bovo, “Gio Ponti e l’arte della mediazione”, Interni, dicembre 2021;
Laura Falconi, “Giò Ponti. Interni, oggetti, disegni (1920-1976)”,
Mondadori Electa, 2005;
AA.VV., “Lina Bo Bardi architetto”, Metamorph / Biennale di Venezia. Marsilio, 2004.
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Dietro Riusourbano
Ogni articolo che leggi qui nasce da esperienze concrete di progetto. Siamo architetti, il nostro studio è Architetti Gianuario Ustica, e con Riusourbano raccontiamo il nostro modo di abitare, pensare e trasformare gli spazi. Se hai un’idea in mente, o un luogo che vorresti cambiare, siamo pronti ad ascoltarla.
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